ABSTRACTS DELLE RELAZIONI

 

 

"L'uniformità dei gruppi di suini dallo svezzamento a fine ciclo: come misurarla, aspetti pratici e influenza delle patologie"

Dr. Enrique Marco Granell

Fino ad epoca recente i miglioramenti nelle fasi di crescita erano incentrati sul miglioramento del tasso di mortalità, della crescita e dell’efficienza alimentare.

Tuttavia, oggi il mercato richiede un prodotto omogeneo e di conseguenza l'uniformità dei gruppi di suini è diventata un parametro importante per l’ottimizzazione, incrementando il suo impatto economico sul prodotto finale.

La variazione tra individui aumenta notevolmente con l'età a causa di diversi fattori, fra i quali la patologia; per tenerla sotto controllo è essenziale stabilire dei metodi semplici di misurazione e di sorveglianza.

L'effetto di un individuo sulla media è sempre più influente nei risultati ed il trattamento specifico di questi individui può rappresentare miglioramenti interessanti.

 

 

“L’importanza della omogeneità dei suini nell’ambito di un sistema

di produzione integrato”

Dr. Carlo Lasagna

La suinicoltura moderna, come qualsiasi altro processo produttivo industrializzato, è chiamata a migliorare continuamente la qualità del prodotto. Una delle caratteristiche intrinseche alla qualità è sicuramente la standardizzazione del prodotto; trattandosi di animali vivi è più appropriato parlare di omogeneità degli animali stessi alla fine del processo produttivo.

La omogeneità del gruppo è minacciata nelle diverse fasi del ciclo produttivo da malattie diverse che si manifestano in sequenza, una dopo l’altra, secondo un calendario che abbraccia la vita produttiva del suino  da poco dopo la nascita  fino al 6° mese di vita circa.

Nell’ambito di un sistema di produzione multisede, ad ogni trasferimento degli animali dal centro riproduttivo (Sito 1) al centro di svezzamento (Sito 2) e da questo ultimo al centro di ingrasso (Sito 3) si devono prendere decisioni in merito alla prognosi sulla potenzialità produttiva del singolo animale o del gruppo di suini. Il tecnico di azienda ed il veterinario devono fare quadrare i parametri produttivi e zoo-economici della fase che si è conclusa senza inviare alla fase successiva animali che non hanno un futuro produttivo. In questo ambito la professionalità di chi alleva diviene un fattore di successo cruciale.

Alla fine del processo produttivo il suino arriva al macello, la parte certamente più industrializzata del sistema, che si basa sempre più sulla meccanizzazione la quale richiede massima standardizzazione delle parti dell’animale da lavorare. Laddove l’uomo interveniva in passato con la sua competenza a sezionare i vari tagli a regola d’arte oggi vi sono macchine, programmabili si, ma che tagliano sempre alla stessa altezza e quindi richiedono che le singole cosce o lombate siano della stessa dimensione.

All’interno di questo processo lungo 9 mesi, il veterinario moderno, insieme al tecnico o all’allevatore, ha la possibilità di dare il proprio contributo professionale per prevedere i punti critici e mettere in campo le misure preventive o correttive per minimizzare i fattori di varia origine che tendono ad aumentare la variabilità all’interno del gruppo di suini allevati.

 

 

Uniformità e benessere animale nell’allevamento suino”

Dr. Paolo Candotti

Tutte le fasi di allevamento del maiale sono caratterizzate da conflitti intra-specie a causa della mancanza di adeguate risorse ambientali e, spesso da un disequilibrio con il rapporto con l’uomo. Anche nelle fasi giovanili, ove le risorse parrebbero adeguate esistono fasi zootecniche migliorabili che già sono oggetto di specifiche normative

L’allevamento intensivo italiano per la produzione del suino pesante da salumeria, inoltre, presenta peculiarità assenti nel resto del mondo: la somministrazione dell’alimento in modo razionato. Questo sistema di alimentazione, per motivi culturali e produttivi, è alla base di notevoli problematiche di tipo gestionale che coinvolgono la sfera comportamentale del maiale e quindi il benessere.

Scopo della presentazione è di fare una rapida carrellata delle cause di disomogeneità dei gruppi allevati per cause di tipo zootecnico (tecnopatie) causate da una mancanza di adattamento dell’animale all’ambiente che lo ospita.

 

 

 

 

“Il latte della scrofa”

Dr. Carlo Cerati* – Dr. Gianmaria Veronesi**

Nella moderna suinicoltura, caratterizzata da una sempre più forte spinta verso la ricerca nel settore alimentaristico, talvolta ci si dimentica di un alimento fondamentale ed al tempo stesso economico durante il primo periodo di vita del suinetto: il latte.

Questo lavoro intende essere un percorso esplicativo sulla produzione del latte che passa attraverso alcune fasi:

 

Il metabolismo della ghiandola mammaria della scrofa

Le ghiandole mammarie della scrofa hanno lo scopo di assorbire i nutrienti e dettare i fabbisogni nutritivi dell’animale oltre a fornire il nutrimento alla lattata.

Si identificano i precursori ematici della sintesi lattea mediante tecnica di scambio artero-venoso o con l’utilizzo di precursori colorati, marcati o radiattivi.

Si considerano le fonti, i fabbisogni e l’efficacia energetica e proteica oltre a quanto può essere adottato, da un punto di vista alimentare, per migliorare la quantità e la qualità della produzione lattea della scrofa.

 

*  Local solution supporter INVE Italia

**Veterinario libero professionista

 

 

“Aspetti epidemiologici e patogenetici delle mastiti infettive della scrofa”

Prof. Vittorio Sala

Le infezioni mammarie della scrofa costituiscono un problema spesso ignorato  negli allevamenti, soprattutto in rapporto all’oggettiva difficoltà di identificarne rilevanza, limiti e conseguenze; di fatto, molti degli interventi eseguiti sulle scrofe a questo riguardo, sono operazioni di natura precauzionale, in assenza di evidenze oggettive e perciò difficili da valutare rispetto ai risultati.

Ciò dipende, in buona misura dalle peculiarità anatomiche e funzionali delle ghiandole mammarie della scrofa, particolarmente esposte per la loro numerosità, ma anche e soprattutto per lo sfruttamento intensivo e ripetuto, conseguente all’aumento del numero dei nati e della loro voracità, ottenuti attraverso la selezione genetica; sulle stesse basi, è stata poco considerata l’importanza funzionale dei meccanismi di difesa su base fisica, chimica e immunitaria.

Ciò ha determinato, come nel caso degli altri apparati particolarmente sollecitati nel suino intensivo, un aumento della recettività alle infezioni: i microrganismi coinvolti sono principalmente di natura batterica, ed hanno tutti in comune un’elevata capacità di permanenza animale ed ambientale, ma hanno soprattutto caratteristiche epidemiologiche tipicamente opportunistiche; le problematiche attuali sono, perciò, solo in parte riferibili al modello della tradizionale sindrome agalassia-mastite-metrite.

Nella realtà dei fatti, le infezioni mammarie hanno assunto, a tutti gli effetti, le caratteristiche di una sindrome polifattoriale, nella quale le componenti eziologiche più consuete hanno impatti clinici e produttivi diversificati, in rapporto alla presenza e all’incidenza dei fattori scatenanti e predisponenti; le conseguenze sono visibili sia direttamente sulla scrofa, sotto forma di perdite della produzione lattea, talvolta non disgiunta da complicanze sistemiche, sia nei suinetti, come forme entero-setticemiche e ritardi nello sviluppo neonatale e nella crescita.

La diagnostica delle affezioni mammarie presenta problemi di ordine tecnico e metodologico, soprattutto per quanto riguarda i campionamenti (prelevare il latte ad una scrofa, per di più sofferente, è molto più complicato, rispetto, per esempio, ad una vacca); le tecniche diagnostiche sono soprattutto di tipo batteriologico tradizionale e la valutazione dell’antibiotico-sensibilità ha ancora un valore notevole.

Controllo e prevenzione si basano principalmente su interventi diretti sulla scrofa, anche se la terapia antibiotica deve considerare le difficoltà  connesse alla presenza di una barriera emato-mammaria particolarmente robusta; sono ugualmente importanti le soluzioni strutturali (es.: gabbie di parto) e manageriali (flussi e biosicurezza dell’ambiente di parto).