PET CORNER

 

 

Inserimento 3° comma art. 52 Codice Deontologico:

Il medico veterinario può cedere ai propri clienti prodotti attinenti alla salute ed al benessere degli animali in cura.

Detta attività va comunque svolta in forma diretta e non può essere pubblicizzata.

E’ vietata l’esposizione dei prodotti.

 

 

IL PET CORNER NON DECOLLA: RIPARLIAMONE

Da Professione Veterinaria n. 25/luglio 2013

13 anni fa la FNOVI modificava il proprio codice deontologico inserendo un comma di quello che allora era l’art. 52: “Il medico veterinario può cedere ai propri clienti prodotti attinenti alla salute e al benessere degli animali in cura; detta attività va comunque svolta in forma diretta e non può essere pubblicizzata”. Il Pet Corner era ed è un servizio accessorio a quello strettamente professionale, offerto dal veterinario alla propria clientela e consistente nella cessione di beni inerenti la salute animale. Il Pet Corner non è un Pet shop, ma si configura come uno spazio limitato all’interno di una struttura veterinaria dedicato alla dispensazione ai clienti di prodotti di supporto all’attività sanitaria, come articoli di parafarmaco, diete alimentari e attrezzature connesse alla salute animale. Tale dispensazione deve avvenire unicamente all’interno del rapporto clinico tra veterinario, cliente e animale, deve essere limitata ai prodotti connessi alla salute animale e deve avvenire nel rispetto del decoro professionale. No a richiami pubblicitari in vetrina, no ad espositori a libera presa e no all’acquisto di prodotti senza prestazione veterinaria principale. Si tratta di limitazioni oggettive rivolte a evidenziare il carattere professionale della cessione. Il corrispettivo della cessione deve essere compreso nella parcella come ogni altra prestazione veterinaria ed è soggetto al relativo regime fiscale. Dal 2000 ad oggi, il Pet Corner è stato disciplinato da due Comuni, Bologna e Reggio Emilia, e da una Regione, la Toscana. In questi provvedimenti sono stati pedissequamente seguiti sia i principi deontologici, sia quelli della concorrenza. Focalizziamoci solo sugli aspetti normativi e ripercorriamo lo stato dell’arte del pet corner. Parliamo dunque di prodotti (es. diete alimentari) che hanno lo stesso regime fiscale della prestazione veterinaria (IVA al 21%).

BOLOGNA E REGGIO EMILIA: La Determinazione dirigenziale di BO del 2001 e quella di RE del 2004 hanno un contenuto analogo e sono dirette a ricomprendere l’attività di Pet Corner tra le attività accessorie alla prestazione professionale veterinaria. Con tali determinazioni i 2 Comuni, sentiti i pareri dell’AUSL e della Regione, hanno infatti ritenuto che l’attività di vendita svolta nelle strutture veterinarie in modo occasionale e marginale rispetto alla prestazione professionale non rientri nell’ambito di applicazione del D.Lgs. 114/1998 in materia di commercio in quanto mancante del requisito della professionalità previsto dall’art. 4, c. 1, lett. B del suddetto decreto. Come tale l’attività di pet corner può essere consentita nell’ambito dell’autorizzazione relativa alla struttura stessa. Preso atto che la normativa vigente non prevede un elenco specifico di prodotti ascrivibili a tale categoria di beni, le determinazioni individuano, in sostanza, le seguenti tipologie di beni qualificabili come beni accessori funzionali al completamento del servizio o della prestazione svolti dagli studi veterinari: diete alimentari, articoli parafarmaceutici, attrezzature connesse alla salute degli animali. Esse inoltre regolamentano l’attività di pet corner in ottemperanza a quanto previsto dalla deontologia professionale, prevedendo che la predisposizione dello spazio vendita non debba compromettere lo spazio adeguato per lo svolgimento dell’attività professionale e che lo spazio vendita non debba essere pubblicizzato in alcun modo all’esterno della struttura veterinaria.

Altri Comuni invece hanno richiesto il rispetto di specifici adempimenti (es. cambio di destinazione d’uso dei locali, metratura minima, licenza apposita per gli alimenti per animali, iscrizione alle camere di commercio, registratori di cassa, ecc.). In questi casi, stante il cambio radicale di approccio da attività accessoria ad autonoma attività di natura commerciale, “non sarebbe legittimo - si legge in una circolare del 2007 della Fnovi - continuare a parlare di pet corner”.

LA TOSCANA: Con la Legge Regionale 6 marzo 2009 n. 7, la Toscana ha disciplinato le strutture veterinarie pubbliche e private con un atto di natura legislativa. Le attività accessorie non sono considerate commerciali e si dà il via libera anche al servizio di toelettatura. La scelta della Legge come strumento giuridico consente alla Regione di introdurre anche un preciso apparato sanzionatorio e di introdurre alcune novità: fra queste vanno sicuramente annoverate le “attività accessorie” che, che nello spirito della legge toscana, vanno nella direzione della “diversificazione del servizio offerto ai cittadini”. Viene infatti consentita all’interno delle strutture veterinarie, “la cessione di beni accessori funzionali al completamento della prestazione professionale sanitaria, quali articoli parafarmaceutici, diete alimentari ed attrezzature connesse alla salute animale”. Per svolgere queste attività è richiesto di darne comunicazione al servizio veterinario dell’azienda USL competente per territorio. La cessione di beni accessori può essere effettuata nel rispetto di alcuni criteri (es. effettuazione esclusivamente ad opera del veterinario nei riguardi del detentore dell’animale in cura). Non si tratta di attività di tipo commerciale: è infatti vietato all’interno delle strutture veterinarie lo svolgimento di attività diverse da quella sanitaria, siano esse commerciali, artigianali o di allevamento. Fra le attività accessorie, si ammette anche l’attività di toelettatura animale per la quale si fissano alcune condizioni (es. che l’attività sia svolta in locali adiacenti ma strutturalmente separati da quelli destinati all’attività sanitaria). Il titolare della struttura che contravvenga alle disposizioni sulle attività accessorie e sulla toelettatura è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 2.000 a euro 6.000. La vigilanza sul pet corner spetta al Comune.

La Legge della Toscana sul pet corner è a prova di Antitrust e questo ne fa un modello valido anche per le altre Regioni. Prima di emanarla, la Regione si è confrontata con l’Autorità Garante della Concorrenza, che ha colto l’occasione per redigere una linea guida per una regolamentazione pro-concorrenziale nelle regioni. Il documento dell’Autorità risale al 2006. Il punto critico, sotto il profilo concorrenziale, è che un veterinario può affiancare alla sua attività professionale la cessione alla clientela di beni inerenti la salute animale mediante l’allestimento del cosiddetto pet corner; un commerciante, invece, non può offrire servizi sanitari agli animali, né avrebbe potuto costituire una società con un veterinario per fornire congiuntamente beni legati al possesso di animali e servizi veterinari. Lavorando sulla differenza deontologica fra un medico e un commerciante e sulle opzioni regolatorie possibili, la Toscana è riuscita a formulare una Legge che consente alle strutture veterinarie la diversificazione dei servizi prestati, anche con motivazioni squisitamente economiche, conciliando deontologia e mercato.

I MINISTERI: Il Ministero dell’Industria e del Commercio, interpellato a suo tempo, ha ritenuto il pet corner un’attività commerciale parallela a quella professionale. Il Ministero delle Finanze ha dapprima ritenuto che esso non si configurasse come attività accessoria, cambiando poi parere dopo l’emanazione del DM 306 del 16/05/2001.

L’OPZIONE UMBRIA: L’opzione adottata dall’Umbria è che in tutte le strutture veterinarie è vietata la coesistenza o la comunanza con ogni altra attività commerciale, artigianale o di allevamento. All’interno della struttura veterinaria non è consentito l’esercizio di attività di pet corner. Per l’Antitrust si tratta di una restrizione molto anticoncorrenziale.

LA CIRCOLARE FNOVI

Premessa la cornice deontologica, “la necessità di dispensazione di tali prodotti può derivare dalla convenienza ad arricchire il rapporto clinico tra vet., cliente ed animale, concretizzandosi detta attività in un perfezionamento della prestazione sanitaria che si accresce della cessione di prodotti connessi alla salute animale; quindi è un servizio accessorio a quello strettamente professionale offerto dal veterinario alla propria clientela e consistente nella cessione di beni inerenti la salute animale”. Il chiarimento è contenuto nella circolare Fnovi 7/2007 del 28 giugno 2007. L’accessorietà di questa attività - è scritto - “trova conferma anche nella posizione assunta in argomento dal Ministero delle Finanze”, secondo il quale il pet corner si configura come attività accessoria, che “concorre alla formazione della stessa base imponibile”, perde cioè la propria autonomia “e viene assorbita nell’operazione principale: quindi non solo rientra nello stesso imponile, ma attrae la stessa aliquota”. Dal punto di vista deontologico quindi, “nulla osta all’attivazione del pet corner nelle strutture veterinarie”.

RIFLESSIONI:

A distanza di 14 anni, la diffusione dell’attività di pet corner, non è stata consistente. La domanda è se non vi possa o non si voglia approfittare di questa opportunità. Probabilmente alla base della scarsa diffusione del pet corner c’è un difetto di conoscenza. Chi ha attivato il pet corner mostra una propensione prima di tutto a dare servizi ai clienti; con un poco di senso manageriale, arriva anche il ritorno economico.

 

Circolare FNOVI 7/2007 del 28/06/07 PROT. 484/07:

La Fnovi è stata recentemente raggiunta da numerose richieste di chiarimenti in ordine al rapporto esistente tra l’attività di vendita di prodotti attinenti alla peculiarità delle prestazioni vet. offerte, nota come “pet corner”, e la novellata formulazione del Codice Deontologico.

Premessa la cornice deontologica che regola il fondamentale principio x cui è vietato svolgere altre attività se a causa di ciò può risultare compromessa, perchè limitata e influenzata, l’indipendenza intellettuale del vet. nell’espletamento della propria attività professionale, risulta agevole osservare che il pet corner altro non può essere che uno spazio circoscritto all’interno di una struttura vet. dedicato alla dispensazione, ai propri clienti di prodotti di supporto all’attività sanitaria, come articoli di parafarmaco, diete alimentari ed attrezzature connesse alla salute animale.

La necessità di dispensazione di tali prodotti può derivare dalla convenienza ad arricchire il rapporto clinico tra vet., cliente ed animale, concretizzandosi detta attività in un perfezionamento della prestazione sanitaria che si accresce della cessione di prodotti connessi alla salute animale; quindi è un servizio accessorio a quello strettamente professionale offerto dal vet. alla propria clientela e consistente nella cessione di beni inerenti la salute animale.

L’accessorietà di questa attività trova conferma anche nella posizione assunta in argomento dal Ministero delle Finanze che, dopo l’emanazione del Decreto sul farmaco n. 306/2001 (in virtù del quale risultava evidente che la cessione di un medicinale era assolutamente accessoria e dipendente dalla prestazione professionale), ha ritenuto che anche il pet corner si configurasse come attività accessoria e dipendente dalla prestazione professionale (una prestazione di servizio o una consegna di beni, quando è accessoria ad un’altra cessione o ad un’altra prestazione, sostanzialmente concorre alla formazione della stessa base imponibile; quella accessoria, che è meno importante, perde la propria autonomia e viene assorbita nell’operazione principale: quindi non solo rientra nello stesso imponile, ma attrae la stessa aliquota).

Dal punto di vista deontologico quindi, nulla osta all’attivazione del pet corner nelle strutture vet., ma la circostanza non potrà in alcun modo essere pubblicizzata essendo un completamento del servizio e non una “caratteristica del servizio” nel senso espresso dal Decreto Bersani; né i prodotti potranno essere esposti essendo l’esposizione al pubblico circostanza prettamente caratterizzante un’attività commerciale.

La realizzazione del pet corner ha frequentemente incontrato notevoli difficoltà di tipo burocratico ed organizzativo, legate alle diverse interpretazioni che i Comuni hanno adottato sull’applicabilità a questa attività delle regole dettate in materia di commercio; a fronte di illuminate soluzioni amministrative, altri Comuni hanno richiesto il rispetto di specifici adempimenti (ad. es. cambio di destinazione d’uso dei locali, metratura minima, licenza apposita x gli alimenti x animali, iscrizione alle camere di commercio, registratori di cassa, ecc.). Pertanto, se in nome del rispetto dei regolamenti comunali applicabili sul territorio, risultasse inevitabile x i vet. cambiare radicalmente l’approccio a questa attività tanto da doverla trasformare da “accessoria”, nel senso finora illustrato, ad “autonoma attività di natura commerciale”, allora non sarebbe in questo caso legittimo continuare a parlare di pet corner.

Anzi, in quest’ultimo caso, entrerebbero in gioco anche le regole dettate dall’accordo Stato-Regioni sulle strutture sanitarie - come recepite dalle singole regioni - prima fra tutte quella che detta la necessità che le strutture sanitarie non abbiano aree in comune con altro tipo di attività.

La Federazione ribadisce che vigilerà affinché l’attività dei propri iscritti non si trasformi da attività clinico-professionale in un’attività di tipo prettamente commerciale.

 

Circolare FNOVI 6/2003 del 03/02/03:

La cessione da parte del vet. dei prodotti di supporto all’attività sanitaria (come articoli di parafarmaco, diete alimentari e attrezzature connesse alla salute animale) non può essere considerata un atto di commercio o espressione di un’attività imprenditoriale ad hoc e non è dunque assoggettabile, a fini contabili o fiscali, al regime proprio dell’attività commerciale.

Infatti detta cessione ha finalità curativa e terapeutica degli animali che il vet. ha in cura presso di lui ed è circondata da limitazioni assolutamente incompatibili con l’esercizio di un’attività commerciale propriamente detta; aggiungasi che l’attività professionale del vet., al pari di ogni altra attività di professionista intellettuale, non può costituire oggetto di impresa x espressa volontà del legislatore (art. 2238 C.C.).

Pertanto la cessione da parte del vet. dei prodotti di cui sopra, avendo i connotati della prestazione vet., va assoggettata al regime proprio delle prestazioni intellettuali (artt. 2229 e seg. del C.C.), con l’ulteriore conseguenza che l’ammontare della cessione sarà parcellata, come ogni altra prestazione vet. e quindi assoggettata all’IVA nonché al contributo 2% ENPAV.

Pertanto la FNOVI ha ritenuto che l’attività del pet corner, x quanto facoltativa, debba configurarsi come intrinseca all’attività professionale, costituendone un servizio accessorio.

Il Ministero dell’Industria e del Commercio, interpellato dalla FNOVI, non è stato in grado di trovare un appiglio normativo x inquadrare questa tipologia di attività nella normativa vigente, mentre il Comune di Bologna ha risolto il problema ritenendo che negli ambulatori e nelle cliniche vet. un’attività di vendita svolta in modo occasionale e marginale rispetto alla prestazione professionale che qualifica queste strutture sia consentita nell’ambito stesso dell’autorizzazione relativa all’ambulatorio o alla clinica vet., pertanto ha ritenuto questa tipologia di vendita esclusa dall’ambito di applicazione del D.Lgs. 114/1998 in materia di commercio.

L’esempio di Bologna è già stato seguito anche da altri comuni e la Regione Lombardia sta predisponendo una norma a valenza regionale.

Con l’autorizzazione di questo “servizio accessorio” alla professione vet., la FNOVI non intende in alcun modo avallare (permettere/consentire) la trasformazione dell’attività clinico-professionale del vet. in un’attività di tipo prettamente commerciale.

Occorre tenere ben presente che questa attività non dovrà mai essere equiparata a quelle che necessitano di apposita licenza commerciale, ma individuata solo ed esclusivamente come “servizio accessorio”.

 

 

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